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Romania e Bulgaria in Europa

La fine del 2006 e l’inizio del 2007 sono stati segnati ancora una volta da emergenze che hanno inquietato amministrazioni, privato sociale, cittadini.
Mi riferisco a quella catena di eventi, certo di natura diversa, ma che ci consentono una riflessione comune e che ha a che fare con il mondo dei rom, in particolare con quelli di nazionalità rumena.
Ma proviamo a fare ordine.
Attorno alla metà di dicembre sulla stampa si comincia a parlare di una probabile invasione proveniente da Romania e Bulgaria, in seguito all’ingresso dei due paesi nell’Unione Europea, previsto – da anni – per il 1 gennaio 2007. In realtà ancora oggi le stime relative a questa presunta invasione sono suscettibili di letture diversificate, sia circa l’effettivo ammontare del fenomeno, sia circa la pericolosità dello stesso. Non tutti, in effetti, concordano con una lettura in negativo.
Una voce emblematica, tra le tante raccolte in questi giorni: la Coldiretti si spinge a sostenere che l’ingresso di Romania e Bulgaria nella Ue, e la conseguente libertà di movimento di lavoratori di quei paesi, vada visto come “momento storico che offre grandi opportunità all’agricoltura italiana”.
Gli allarmismi, dunque, paiono fuori luogo.
E così le associazioni indebite: l’immigrazione dalla Romania (e, in termini più ridotti, dalla Bulgaria) è un fenomeno ben più vasto e complesso, per le sue caratteristiche demografiche e i suoi effetti sociali, della questione rom e del tema della criminalità.
Non si possono giudicare fenomeni e flussi di portata storica, considerando solo alcune delle loro componenti (e nemmeno le più rilevanti).
Tornando alla cronaca milanese, sempre a metà dicembre viene sgomberato un campo rom abusivo (ma quanti ce ne sono in città?), senza – pare – che il comune ne sapesse nulla e comunque senza alcuna previsione di soluzione alloggiativa per i circa 70 rom rumeni regolari che vi risiedevano, di cui la metà minori. Sono ancora vive le aspre polemiche e gli esiti dell’incendio vandalico che hanno accompagnato la ricerca di una soluzione di accoglienza temporanea nel territorio del comune di Opera, soluzione concordata per la prima volta da diversi livelli istituzionali, con la collaborazione di Casa della Carità.
A fine dicembre i rom di via Ripamonti avevano appena finito di occupare le tende della Protezione civile ad Opera, che il campo abusivo milanese di via Triboniano (500? 700 presenze?) viene in parte distrutto da un incendio che, l’ultimo giorno dell’anno, solo miracolosamente non causa vittime, lasciando però all’addiaccio 250 persone.
L’amministrazione comunale di Milano ha ritenuto che questo ennesimo episodio ponga l’assoluta priorità al fine di giungere a una soluzione organica della questione rom, una soluzione da tempo attesa e che non vada nella direzione sterile dello sgombero fine a se stesso, bensì del porre in essere le premesse per una pacifica convivenza tra cittadini italiani e famiglie di etnia rom. Una soluzione che scaturisca prioritariamente da un accordo che accomuni entrambi gli schieramenti politici, dal momento che operazioni di questo genere non possono essere fatte a colpi di maggioranza.
La posizione di Caritas Ambrosiana a questo proposito è nota da tempo e va nella direzione di immaginare un governo sovracittadino e sovraprovinciale del fenomeno rom. Occorre individuare le risorse per la costruzione di campi di piccole dimensioni (100-150 persone), ovviamente non contigui (come sembra prevedere invece l’ipotesi di soluzione per via Triboniano), in cui sia chiaro chi è l’interlocutore delle amministrazioni comunali, perché con lui si possano definire le regole di gestione del campo e di lavoro sociale, a cominciare dalla scolarizzazione dei bambini. Devono essere campi in grado di tutelare la sicurezza dei cittadini italiani che abiteranno nelle vicinanze, sia attraverso una presenza delle forze dell’ordine, ma prima ancora attraverso figure che garantiscano una mediazione culturale e un accompagnamento sociale.
Questi sono i fatti che hanno agitato questo passaggio d’anno. Qualche precisazione è d’obbligo.
La prima riguarda una questione concettuale. Non tutti i rumeni sono rom, non tutti i rom sono rumeni. Spesso in questi giorni anche gli organi di stampa hanno confuso i termini, dando l’impressione che l’ingresso della Romania in Europa significasse una potenziale invasione di zingari. I rom sono la più numerosa minoranza etnica d’Europa, un’etnia presente in diversi paesi, che soffre spesso pesanti discriminazioni. In Romania, si calcola, sono circa un milione e mezzo e vivono stanziali da generazioni: di conseguenza, hanno passaporto romeno e – dal 1 gennaio 2007 – godono del diritto alla libertà di movimento dei cittadini romeni. Non potrebbe essere altrimenti. A meno di non considerarli cittadini. O forse uomini.
La seconda precisazione è relativa alle stime degli arrivi che spesso vengono brandite come un’arma atta a generare un clima di sospetto, di paura, di sfiducia. La previsione della Caritas Italiana è che verosimilmente il numero dei romeni che arriverà in Italia nel 2007 non si scosterà significativamente dalle cifre di questi ultimi anni.
Andrebbe invece potenziata la riflessione circa le iniziative da assumere nei confronti di una comunità che è già la più numerosa in Italia tra le tante presenti. Sarebbe interessante ad esempio riconoscere nei rumeni “italiani” la prima risorsa per far fronte ai nuovi arrivi. La conoscenza della lingua favorirebbe, specie nella prima fase, l’orientamento in nuovo mondo, in una nuova cultura, in un diverso ordinamento giuridico. Ugualmente andrebbe potenziato il rapporto tra la chiesa cattolica e la comunità rumeno-ortodossa, che potrebbe acquisire una significativa titolarità nel porsi come interlocutrice “ponte” tra la società italiana e la sempre più numerosa comunità rumena, specie nella direzione di una mediazione culturale che i consolati non sempre riescono a realizzare. Sul fronte sociale e dei bisogni, che Caritas conosce da vicino, la nascita di centri di ascolto per rumeni gestiti da rumeni sarebbe un primo possibile passo. Siamo disponibili ad approfondire questa idea e a darle concretezza, confrontandoci con i nostri fratelli ortodossi. Sarebbe un bel modo per realizzare un fecondo “ecumenismo dal basso”, che potrebbe preludere ad altri positivi sviluppi.

Don Roberto Davanzo

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